Ho appena ricevuto una e-mail.. diciamo che se l’articolo non mi avrebbe interessato l’avrei segnalata coem spam. PEró, coem stanno messe le cose, la pubblico:

Spettabile “We’re in”

Vi inviamo una nostra lettera ( in allegato), sperando vi possa interessare, per raccontarvi la nostra situazione e quella di milioni di utenti, che come noi, fanno parte della rete di Internet e si trovano a scaricare materiale da essa.

Speriamo possiate comprendere le nostre ragioni e che vogliate darci attenzione.

«Grazie per l’attenzione,

la Commuity di P2P Forum Italia».

La mail é scritta con un codice HTML molto dubbio, ma chiudendo ancora un occhio, ho letto l’allegato:

«Spettabile [….],

 

inviamo queste righe per chiarire alcuni punti che ci stanno a cuore, riguardanti le azioni legali intraprese contro i file-sharer (gli “scambisti della conoscenza”), utenti internet “rei” di aver condiviso su una rete informatica una canzone coperta da copyright. Ci riferiamo al caso che vede contrapposta l’etichetta discografica tedesca Peppermint Jam a 3636 cittadini italiani. Intendiamo anche avanzare delle ipotesi sulle conseguenze sociali e legali che la vicenda porterà, per le quali non sono state spese molte parole.

 

Il tema che fa da sfondo al modo in cui si è sviluppato il “caso” è il rapporto tra (sacrosanto) tentativo di far valere un diritto commerciale e la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali del cittadino, ragioni della proprietà intellettuale e rispetto delle più importanti garanzie che ogni organismo politico democratico moderno riconosce ai suoi membri; volendo, tra mercato e (sacrosanta) rivendicazione della privacy.

 

La vicenda Peppermint rischia, da un lato, di modificare del tutto il nostro rapporto con la giustizia (si corre il pericolo di essere accusati in base a prove ottenute con metodi non omologati e, per di più, di dubbia efficacia; i propri dati privati vengono disvelati ad altri privati, interessati, in modi eccepibili); dall’altro, consegna nelle mani dei produttori (o distributori) di contenuto l’inquietante possibilità di rifarsi dei mancati guadagni (che nulla prova siano legati al fenomeno del file-sharing) attraverso proposte transative che ignorano ogni criterio di equa compensazione (330 euro per un singolo file musicale, per una canzone, corrisponde al 330% del suo attuale valore di mercato !).

 

La casa discografica ha incaricato un produttore di software svizzero, tale Logistep, di raccogliere gli IP (l’indirizzo di un computer connesso alla rete, una specie di numero telefonico internet) di utenti che scaricavano una determinata canzone in formato mp3. Raccolti i dati, è stato richiesto a Telecom e ad altre compagnie telefoniche di rendere noti i nomi delle persone fisiche corrispondenti a quegli indirizzi virtuali. A un primo rifiuto, i tedeschi hanno promosso un ricorso cautelare presso il Tribunale di Roma per ottenere dai gestori delle linee telefoniche i dati privati degli utenti.

In seguito all’ordinanza positiva del Tribunale, società private facenti capo alle grandi “Major Discografiche” sono entrate in possesso di nomi e indirizzi fisici delle persone che si presume corrispondano agli IP trovati.

Sono, così, state preparate 3636 ingiunzioni di risarcimento, molte delle quali giunte a destinazione: 330 euro per un file musicale. Risarcimento eccessivo, si converrà: soprattutto, una somma non giustificata se si pensa che la colpevolezza degli “imputati” è solo presunta.

 

Altro punto oscuro di questa vicenda, è la certezza con la quale lo studio legale che cura gli interessi della casa discografica asserisce la responsabilità (giuridica) del titolare della connessione internet, prima della possibilità del giudizio. Si ignora il problema che gli indirizzi IP non corrispondono sempre al loro reale possessore – sempre più frequentemente, infatti, si verificano furti di IP da parte di quelli che sono i veri pirati informatici. È un’ipotesi per niente peregrina, visto che alcuni – tra coloro che hanno ricevuto la missiva – si sono dichiarati totalmente estranei alla presunta violazione.

 

A questo si ricollega un altro elemento inquietante, che riguarda le garanzie legali degli utenti: la verifica dell’attendibilità del mezzo utilizzato per schedare chi condivideva quella canzone è basata su una inesaustiva perizia di parte: uno sguardo più da vicino alle specifiche dello strumento di monitoraggio mostra la sua inadeguatezza nello stabilire, in modo irrefutabile, la corrispondenza tra IP e possessore della relativa connessione internet (quindi, di fatto, l’impossibilità di accertare la colpevolezza effettiva).

Risulta chiaro, tuttavia, che questa prima ordinanza a favore delle case discografiche, ha fornito un lasciapassare per nuove richieste di disvelamento : dati privati relativi a cittadini Italiani saranno presto diffusi ad altri privati, e c’è il rischio che altre migliaia di lettere di risarcimento vengano spedite in giro per il nostro paese.

 

Un ulteriore, preoccupante aspetto (strettamente legato al mezzo di monitoraggio degli IP) è l’insieme delle conseguenze che la legittimazione dei sistemi di sorveglianza privata del tipo usato da Logistep porterà sul lungo termine. Già se ne vedono le avvisaglie: cominciano a spuntare come funghi case di software (SafeNet, BigS@arch ecc. ecc.) che propongono al miglior offerente programmi in grado di carpire e schedare il traffico internet di tutti coloro che vi hanno accesso, in nome del principio blandamente legalizzante della “possibilità di reato”.

È come controllare preventivamente la corrispondenza di una persona per verificare se sia stato spedito materiale coperto da diritti d’autore, solo che a farlo, con tecniche di controllo di massa, sono delle case discografiche e non le forze dell’ordine !

Col crescere di questi “software spioni”, si apre – concretamente – la prospettiva di un sistema che, sotto una patina di moralismo e di finta legalità, si propone di arricchirsi alle spalle di qualche ragazzino che scarica e condivide materiale protetto da diritti d’autore, per il quale, pero’, non vi e’ ne’ scopo di lucro ne’ alcun tipo di profitto rilevante.

Si creerebbe, si sta già creando, una contro-rete composta da schedature di massa al di fuori di ogni controllo e che incide su valori costituzionalmente garantiti, generando lucro da sciacalli.

 

Il mancato guadagno è il danno che giustificherebbe l’atteggiamento dei legali della Peppermint. Dovesse continuare a passare l’equazione file condiviso = mancato guadagno (basato su principi ideologici anziché su un calcolo oggettivo, che tra l’altro è ben difficile), si darebbe il là a rivendicazioni transative arbitrarie, poiché non c’è un modo per stabilire senza equivoci il mancato possesso della canzone su formato originale e legittimo da parte di chi ha scaricato e, soprattutto, per quantificare la perdita effettiva generata dalla condivisione.

 

La possibilità offerta ai cosiddetti “detentori dei diritti” di minacciare singoli cittadini con lettere di risarcimento dalla forma vagamente estorsiva (lo stesso responsabile dello studio legale mediante il quale è stata inviata la raccomandata di transazione, intervistato, ha ammesso lo scopo principalmente “educativo” dell’azione) senza che la loro colpevolezza sia provata esaustivamente mostra una chiara volontà di demonizzare il file-sharing. La condivisione di opere dell’ingegno umano su reti internet decentralizzate (P2P) è considerata alla stregua della contraffazione e della pirateria.

 

La nutrita comunità di persone che praticano il file-sharing (decine di milioni) si rifiuta di essere ritenuta un insieme di pirati informatici; gran parte dei suoi membri scarica per uso personale e diffonde perché la conoscenza arrivi anche a chi non può permettersi di seguire il profluvio di produzioni artistiche gettato in pasto alle masse e preferirebbe provare prima di acquistare (perché la crisi di vendite di alcune “fabbriche dell’entertainment” è più dovuta alla iper-produzione, al numero di cose prodotte che a un ritorno all’ideologia dell’“arte gratuita per tutti”), costituendo così il veicolo principale della pubblicità in rete.

 

Il problema del rapporto tra libero scambio e sacrosanti diritti delle aziende produttrici andrebbe risolto col dialogo e con proposte che incontrino le esigenze di entrambi le parti in causa, assicurando profitti a chi produce e la tutela della privacy di chi alimenta il traffico internet (proposte in passato ne son state fatte, ad esempio la creazione di una “sovrattassa P2P” sulle conessioni internet che cresce al crescere della quantità di traffico generato). Non con le minacce e l’invasione della privacy.

 

Si chiede, perciò, l’aiuto e il sostegno di tutti quelli che difendono la libertà personale e della riservatezza,nell’attesa che vengano presi seri provvedimenti a favore dei diritti dei consumatori.»

 

 

la community di P2P Forum Italia

Bhe, direi che chiudendo tutti gli occhi, orecchie e naso riguardo agli errorucci, il testo é buono. Et voilá.